Al-Anon, un aiuto inestimabile

Da parte di Daniela Danis, psicologa responsabile dell’Unità delle malattie legate alla dipendenza della Clinica La Métairie (VD) e membro fondatore dell’Associazione di psicoterapeuti per il trattamento APTA (Ginevra).

Da quando mi occupo dei parenti di persone dipendenti, sento la stessa cosa da parte loro: “se soltanto avessimo saputo… agendo di conseguenza come si doveva fare… si pensava di fare la cosa giusta… perché nessuno ci ha detto nulla?… Avremmo volentieri fatto altrimenti…”.

Se la letteratura scientifica è molto interessata alla malattia della dipendenza, poca attenzione è stata data all’ambito delle persone dipendenti che soffrono per le conseguenze di questa malattia.

Nei congressi medici, dedicati alla dipendenza, non una parola sui parenti. Al di là dei suoi studi di medicina, un medico riceve otto ore di insegnamento sull’alcolismo e non una sola ora su ciò che si chiama codipendenza. È un soggetto tabù, essendo l’asse attorno al quale si strutturano i cambiamenti famigliari, l’alcolismo tocca profondamente e in modo durevole i parenti.

Alla Clinica «La Métairie», dove trattiamo la dipendenza (dall’alcool, dalle droghe e da altre sostanze psicotrope additive), lavoriamo con il “Modello Minnesota” che associa principi del programma degli alcolisti anonimi (A.A.) con una presa a carico medicale e diverse tecniche psicoterapeute nelle quali, fortunatamente, i parenti delle persone dipendenti sono ugualmente integrati.

Tant’è vero che è più importante che gli sforzi partano dall’ambiente famigliare per aiutare il malato a uscirne e per mantenere l’equilibrio del sistema relazionale o famigliare non fanno che aggravare la situazione e provocano la disfunzione di tutte le persone implicate.

Gli sforzi, sempre più frequenti, come i sentimenti di colpa e di vergogna che li accompagnano, hanno come conseguenza l’occultamento della situazione e il ritardo dell’entrata nel trattamento dei dipendenti. Capita generalmente quando i parenti “toccano il fondo” e smettono di evitare la crisi che una domanda di aiuto può comportare.

Riconoscendo la sofferenza e il bisogno di aiuto dei parenti, il Modello Minnesota propone loro di seguire un gruppo psicoterapeutico per riuscire, a loro volta, a stare meglio e non sentirsi esclusi dal programma di recupero della persona dipendente.

Come complemento a questo gruppo famigliare, il Modello Minnesota raccomanda la partecipazione ai gruppi Al-Anon per i parenti d’alcolisti, ai gruppi Nar-anon per i parenti dei tossicodipendenti così come ai gruppi Alateen per i figli d’alcolisti.

Peraltro, nel mio studio privato, io suggerisco sempre ai parenti di recarsi presso un gruppo Al-Anon ove, tra l’altro, riceveranno una lista di numeri di telefono di persone che sono d’accordo di ascoltare le loro richieste per condividere ciò che per loro è un problema. Poter telefonare a qualcuno che ha vissuto una situazione simile o ha provato le stesse emozioni, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, gratuitamente, è un aiuto inestimabile.

Partecipando alle riunioni, il parente constata che non è il solo a vivere quella difficoltà. Si rende conto che altre persone, appartenenti a ceti sociali diversi, hanno agito come lui: hanno colpevolizzato, minacciato, sacrificato tutto. Non sentendosi giudicato dai suoi pari, può esprimere molto facilmente la sofferenza che lui abitualmente, per vergogna, minimizza. Per la prima volta, sovente dopo anni, il parente può aprirsi, non più nascondere né imbrogliare, ascoltarsi, riflettere sul suo comportamento in ogni contesto, responsabilizzarsi invece di responsabilizzare sempre gli altri.

A poco a poco, aiutato dal gruppo, il parente impara a sbarazzarsi delle sue ansie, dei suoi vecchi comportamenti. Deve essere incoraggiato ad ascoltare i suoi bisogni, a prendersi cura di se stesso e a smettere di criticare l’altro per ciò che non fa.” È a causa sua che non scio più… che non esco più… che non imparo l’inglese… ” Queste frasi, a poco a poco, sono sostituite da altre più oneste, come ” Se mi sacrifico, è una mia responsabilità… se rinuncio a qualche cosa, è una mia scelta…se prendo una decisione, non posso rimproverarla all’altro… “.

Il parente impara a distinguere quello che è accettabile da quello che non lo è; scopre i suoi bisogni e comincia a mettere limiti alla persona dipendente, avendo la possibilità di vivere con altri membri del gruppo la sua paura di perdere la relazione agendo così.

Finalmente, può esercitarsi a rispettarsi e a rispettare gli altri, cioè può ricostruire o costruire una relazione con l’altro, senza dimenticare se stesso. Capisce così che aiutare non significa risolvere i problemi al posto dell’altro, ma gli permette di affrontare le conseguenze dei suoi comportamenti. Questo processo gli consente di fare la differenza tra l’aiuto che è una virtù umanitaria e la codipendenza che è una malattia relazionale.