Non se ne esce da soli…

Intervento di Marie-Claude Amacker, capoprogetto di prevenzione all’ISPA ( Istituto Svizzero di prevenzione dell’alcolismo e di altre tossicomanie )

Da quanto lavora nel campo della dipendenza?

Ho avuto una formazione di educatrice specializzata e ho lavorato per circa dieci anni nell’accompagnamento ambulatoriale di persone tossicodipendenti al Centro di aiuto e di prevenzione ( CAP ) della lega vallesana contro le tossicomanie ( LVT ). Ed ecco che sono quasi dieci anni che lavoro all’ISPA, dove mi occupo soprattutto della creazione di materiale didattico per gli insegnanti, i parenti delle persone dipendenti o i loro figli.

Come definirebbe la codipendenza?

È un insieme di comportamenti che si adottano volendo aiutare qualcuno che fa uso di sostanze psicotrope. Questi comportamenti volti ad aiutare, che partono da sentimenti nobili, finiscono per diventare pregiudizievoli per la persona che li mette in atto: respira per l’altro e dimentica di vivere per se stessa.

Perché ha scelto di occuparsi dei parenti?

Penso di avere un debole per le minoranze dimenticate (risati). Quando ho cominciato a lavorare nel campo della dipendenza, non ci si occupava dei parenti. A dire il vero, si parlava molto poco di codipendenza e pertanto, erano i parenti – sovente donne – che ci chiamavano per domandare aiuto.

All’epoca, tutti potevano dire alla moglie disperata di prendere contatto con noi, era: “Se vostro marito non vuole curarsi, non si può fare nulla”. A una risposta come questa, la moglie in questione non poteva che rivolgersi a uno psichiatra… e quello non poteva che prescriverle degli ansiolitici. A partire da quel momento, si poteva cominciare a occuparsi di lei. Ho calcato un po’ la mano, ma appena un po’. Oggi, quando qualcuno mi chiama e mi dice “mia moglie / mio marito beve”, rispondo “Bisogna fare qualche cosa per lei stesso/a!”.

Come ha conosciuto i gruppi Al-Anon?

Ho avuto in trattamento una donna il cui marito era alcolista. Lei era completamente ripiegata su se stessa e non osava andare da sola a una riunione. L’ho dunque accompagnata alla sua prima riunione. Era molto toccante vedere i membri del gruppo darle i loro numeri telefonici quando ancora non la conoscevano.

Dopo, ho accompagnato altri parenti di alcolisti a delle riunioni Al-Anon. Ho avuto il piacere di ritrovare persone alle quali avevo fatto conoscere Al-Anon e potevano diventare dei punti di appoggio per i nuovi venuti che accompagnavo.

Che aiuto queste persone hanno trovato nei gruppi Al-Anon?

Questa conoscenza permette loro di affrontare i loro problemi da un altro punto di vista. Per alcune persone, che si sono completamente isolate, è un’occasione per incontrare persone e per ricreare un ambito sociale.

Al di fuori dei gruppi, il dialogo è migliorato o è sempre lo stesso: “Basta… non è possibile che…”. I parenti non devono considerare l’incomprensione di coloro che non conoscono il problema: “Come ci si può ammalare per il problema di qualcun altro…? Bisogna chiedere il divorzio … Non è possibile… Lei è matta… Lui è debole… Etc. “.

Uscire dal pregiudizio, incontrare persone che hanno vissuto la stessa cosa, è un sollievo immenso.

I parenti degli alcolisti hanno sovente perso fiducia in se stessi e hanno poca autostima: si sentono colpevoli pensando di essere la causa dell’alcolismo, sia perché si sentono responsabili, sia perché si sentono responsabili di non riuscire a far smettere l’altro di bere.

Andando alle riunioni, ritrovano la stima di se stessi e imparano cose molto semplici, come prendere tempo per se stessi, mettere dei limiti, osare dire ciò che provano, osare essere se stessi. A poco a poco, capiscono che non possono impedire all’altro di bere, che non possono smettere di bere al posto dell’altro, né fare le cose al posto suo e che, nonostante tutto, vale la pena di vivere!

Che differenza vede tra l’aiuto dato da un professionista e quello che si trova in un gruppo Al-Anon?

Non si può fare una passeggiata nel bosco o prendere un caffé con un professionista, mentre si può farlo con un membro Al-Anon!

Quando i parenti vengono a domandare l’aiuto di un professionista, hanno la segreta speranza che il malato alcolista si adegui e si curi. Ma quando ci si reca al gruppo, è chiaramente uno spazio per sé…che non sarà mai lo spazio dell’altro! I partecipanti al gruppo hanno una relazione pratica, concreta, quotidiana con il problema dell’alcol – vivono o hanno vissuto con… – ciò non è il caso dei professionisti. C’è un approccio pragmatico, interamente basato sull’esperienza! Nei gruppi si chiama gatto un gatto, ciò che il terapista non può sempre fare. Ma, secondo me, questi due approcci sono complementari.

Che cosa ha impedito ai suoi pazienti di partecipare o di ritornare alle riunioni?

Ciò che trattiene certe persone, è la paura di incrociare dei conoscenti. Quanto a quelli che non tornano più alle riunioni, è generalmente perché sono disturbati dall’aspetto ” ritualizzato ” e strutturato delle riunioni. Avrebbero voglia di qualcosa di più informale.

Come definirebbe il programma Al-Anon?

È una filosofia di vita che va bene al di là dei problemi di dipendenza e che permette di crescere sul piano personale e di vivere meglio con se stessi.